Vi racconto di quella volta che mi presero per i capelli

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Still-alive-

Tutto è cominciato circa un anno fa. Dolori atroci alla parte alta dell’addome che giravano anche dietro la schiena a ‘mo di cintura. Prendevo una Buscopan (anzi, due) e tutto passava (dopo una notte insonne). Incominciai a capire che gli ‘strappi’ che mi concedevo ogni tanto mi provocavano tutto questo. Crampi addominali da contorcersi senza respiro, fitte fortissime, schiena a pezzi, nausea, vomito (una sera dopo aver mangiato una buonissima torta di compleanno, vomitai tutta la notte color rosa).

Pensavo: ‘Ok, è un anno che non mangio più schifezze, il mio fisico mi sta dicendo che non devo farlo mai, nemmeno quella cavolo di volta al mese…’. In questi lunghi mesi il mio corpo mi parlava davvero tanto ma io non volevo ascoltarlo, lo ignoravo mettendolo volutamente in disparte. I giorni passavano ed ogni ‘strappo’ mi costava caro, carissimo. Perfino al supermercato una volta, ho scambiato ciò che avevo per un attacco di panico. In quei momenti poi, pensi davvero di tutto: ‘Oddio, un attacco di cuore, un infarto…’. Mia madre da mesi mi diceva di fare una ecografia, perché stavo sempre peggio. A Pasqua, in viaggio verso il Salento ho avuto mal di schiena (nella parte alta) durante tutto il corso della mia permanenza in quel meraviglioso luogo dall’aria buona. Guardare il camino mi dava sollievo, ed allora mi accomodavo sul divano ed osservavo le fiamme alimentarsi col legno per minuti, minuti…

Aspettavo l’estate con ansia: ‘Il mare del Salento mi curerà. Come quella volta, quando avevo le vertigini posizionali… Entrata in acqua, nuotando come un pesce ero rinata!’. È arrivata l’estate, il Salento e il mare, ma non sono guarita. Mangiavo qualcosa di un ‘attimo’ più complicato e stavo male come mai nella vita. La Buscopan era diventata la mia migliore amica, ed avevo il terrore che un giorno avrebbe potuto abbandonarmi.

Ed infatti un giorno mi abbandonò. L’ennesimo dolore, ma questa volta più forte del solito, più duraturo, martellante, persistente. Mi addormentai sul divano dopo aver ingurgitato due Buscopan, dormivo per non sentire il dolore, dormivo perché straziata dallo stesso. Quando mi sono svegliata, sfatta e stanca come se mi fosse passato un camion addosso, tutti i miei dolori erano lì, ed erano peggiorati. Stavo male, malissimo. Era arrivato il momento di mettere da parte la paura ed alzare il telefono: ‘Mamma, sto malissimo. I crampi non passano, le coliche sono peggiorate… Devi portarmi al pronto soccorso’. Io ed Ema ci prepariamo al volo, jeans, maglia a righe bianca e blu e scarpe da ginnastica. Prendiamo Zooey convinte di lasciarla dai miei (in seguito sarebbe venuta con noi al pronto soccorso) e scendiamo giù per 4 piani senza ascensore. Rasente il muro scendo in piedi ma mi sembra di non avere più alcuna forza per (e di) reagire.

Arrivate a Villa Sofia mi danno uno stupidissimo codice verde (che ben presto si è trasformato in rosso), mi fanno un elettrocardiogramma e via, in sala d’attesa. Stiamo fuori, fa ancora caldo… Improvvisamente le mie coliche, i miei crampi si placano un attimo. Tanto che, se fossi stata vicino forse sarei tornata tra le 4 confortanti mura della mia casina con terrazzo. Ed invece, la nausea aumenta, non riesco a sopportare il fumo delle sigarette che mi arriva dritto nelle narici e poi giù per lo stomaco. È il mio turno, entro con mia madre. Un medico mi guarda dritto in faccia, mi sfiora l’addome e chiede immediatamente gli esami di sangue ed una ecografia. Scendo dal lettino, mi dirigo con le mie gambe verso la stanza, accompagnata da mia madre e l’infermiere. Incomincio a vedere male, come quando la TV perde il segnale. Sento le voci distanti, distantissime… Ho solo il tempo di intuire che dietro di me c’è una sedia, cerco di raggiungerla mentre dico con un filo di voce a mia madre: ‘Sto male…’. Vomito, vomito, vomito e mentre lo faccio il primo collasso della mia vita mi coglie del tutto impreparata. Ricordo solo le urla disperate di mia madre mentre lentamente perdevo conoscenza e il vomito non si fermava. Mi sono svegliata sopra una barella, ed è arrivato un secondo, terzo e forse quarto collasso. Perdevo i sensi senza avere la forza di capire cosa diavolo stesse realmente succedendo. Pensavo solo una cosa: ‘Sto morendo’.

Mi riprendo un attimo e mi fanno immediatamente l’ecografia. Ho i calcoli alla cistifellea. Piccoli e tanti ma per questo una delle cose più dolorose che un essere umano potesse mai sopportare nella vita. Penso di aver risolto il mistero ed invece mi trattengono. Ricomincio a vomitare, vomitare, vomitare. Ema chiama l’infermiera riccia che si sta prendendo cura di me in maniera davvero materna. Mi sta preparando una flebo, ma non ne avrò alcun giovamento. Mi portano nella shock room, perché forse svengo di nuovo o forse no, ho un ricordo davvero sfocato e confusissimo di quella notte. Ricordo solo una dottoressa farfugliare: ‘Si sospetta pancreatite’. Cosa diavolo è? La nonna di Ema è morta così e la cugina della mia migliore amica è rimasta viva per miracolo (questo me lo confesseranno dopo, ovviamente). ‘Può tornare a casa?’, chiede timidamente mia madre: ‘No, con questi valori assolutamente no!’. Chissà quali saranno… Suvvia, non può essere così grave!

La soglia massima dell’amilasi deve essere normalmente di 100, io avevo un valore spaventoso che ancora oggi mi sconvolge pensare, scrivere, ripetere ad alta voce: 14.900. Con valori 10 volte più alti della norma si rischia di morire. Scoprirò solo in seguito che, durante la notte a Villa Sofia sono riusciti ad abbassare i valori di quasi 5.000. L’amilasi era a 20.000, venti volte superiore al valore limite. Sì, ero appesa ad un filo. Tutta la notte a Villa Sofia, monitorata a vista da infermieri ed Ema che mi ha raccontato di quanto le si stava spezzando il cuore nel vedermi così, incosciente, in uno stato continuo tra un collasso e la perdita di coscienza. Mia madre mi ha raccontato di avermi vista scendere di casa con la faccia tutta gialla, colorito che non presagisce mai nulla di buono.

La mattina mi comunicano che c’è un posto libero alla Clinica Noto, perché ovviamente devo ricoverami. Accetto subito, è un posto molto valido, vicino a casa mia e dei miei. Vado in ambulanza seduta, con una signora in barella anche lei pronta per essere ricoverata. Entro in Clinica con i miei piedi, il terzo piano mi aspetta. In ascensore mi sento di nuovo malissimo, faccio il mio esordio con l’ennesimo collasso. Svengo e mi risveglio già a letto, tra misuratori di pressione e giovanissime infermiere che mi sorridono e tranquillizzano. Fanno le domande di routine ai miei per compilare i moduli, io sento qualcosa ma il resto lo ignoro avvolta dalla totale sofferenza ed i dolori alla schiena. Mi riprendo un po’, il medico mi visita ed ho la forza per cercare di ironizzare: ‘Dottore, morirò?’, mi guarda per due secondi che mi sembrano dieci anni, ma non mi risponde. Lì, avendo acquistato un minimo di lucidità mi rendo conto che non c’è proprio un cazzo da ridere, anzi. Flebo, punture, flebo, punture, flebo, punture. Digiuno. Ho perso sette chili in sette giorni. Il secondo giorno di permanenza in clinica il medico mi dice che occorre inserire un tubo nello stomaco. Come? Cosa? Siamo per caso impazziti? Mi infilano un tubo dal naso e poi giù per la gola fino allo stomaco, per cercare di eliminare la bile in eccesso. Intubata, con le flebo e il dolore che non diminuisce. Piango per tutta la notte e cerco di pensare solo una cosa: ‘È troppo presto cazzo, è veramente dannatamente presto’. Dopo 24 ore butto fuori una quantità di bile irrisoria. Faccio l’ecografia con quella che di lì a poco diventerà la mia dottoressa preferita (colei che continuava a ripetermi: ‘Sei favolosa!’). Confermati i calcoli ed anche il fegato un po’ ingrossato (ma tutto sommato nei limiti), stessa cosa per la milza. Torno nella mia stanza, piango e la gola mi si ‘strappa’ dal dolore. Non posso tirare su col naso e nemmeno ingoiare la saliva. Forse non dovrei piangere, ecco.

Per una distrazione il dottore mi confessa i valori: ‘Erano 20mila ma in nottata a Villa Sofia li hanno fatti scendere a 14mila e novecento’. Mi tolgono il tubo e finalmente respiro come si deve, tossisco e mi becco pure raffreddore e febbre. Sono debole, ma il mio corpo sta reagendo come se fosse all’interno di una leonessa. Non voglio morire, non ci penso nemmeno. Dopo 7 giorni i valori si normalizzano. Le infermiere mi comunicano che sono viva per miracolo, che potevo morire. Me l’hanno detto davvero tutti. Guardare gli occhi di mia madre in quei giorni è stato davvero straziante. Mio padre poi… Mi dava sempre tanti baci, come quando ero ancora una bambina. Mi hanno fatto ogni giorno le analisi del sangue ed ogni tipo di diavoleria, tranne la Tac. Clinica Macchiarella. Freddo glaciale, cateterino per inserire il mezzo di contrasto e le mie vene non ne vogliono proprio più. Ho le braccia distrutte dai buchi e dai lividi, le guardo e piango, tanto per cambiare.

Dopo quasi dieci giorni mi dimettono ma ormai devo operarmi. Devono asportarmi la cistifellea tramite un intervento di colecistectomia laparoscopica. Anestesia totale, tre buchi e via (ma anche la possibilità di avere una bella cicatrice se con i tre buchi magici all’addome non dovesse funzionare). Mi dimettono il 17 settembre. Il 7 ottobre devo tornare per il pre-ricovero e l’8 mi operano. Torno a casa impaurita, perché ancora siamo al 50%. Dieta poverissima di grassi ma ricca di carboidrati. Mangio poco e spesso, dimagrisco, passano anche i dolori e dentro me qualcosa cambia radicalmente. La paura si trasforma in consapevolezza, in forza e desiderio di rivalsa.

Il 7 ottobre alle 8 in punto sono in Clinica. Mi ribaltano come un calzino, è tutto ok, possono operarmi. L’8 sono in stanza con mia madre ed Ema, più spaventate di me. Mi spoglio lasciando addosso solo le mutandine, metto il famoso ‘camice’ per le operazioni, salgo sulla barella e vengo condotta in sala operatoria. Chiacchiere di rito con l’anestesista: ‘quanto pesi? Quando sei alta?’. Un sorriso e passa la paura. Il chirurgo mi spiega cosa faremo di lì a breve. Flebo in un braccio, misuratore di pressione e valori vitali nell’altro. Niente ansia, niente paura, stento a riconoscermi. Io, che di solito sono un fascio di nervi, io, che combatto da oltre 20 anni con gli attacchi di panico, io, che esco a prendere una boccata di ANSIA e torno, io. Valentina, cosa è cambiato adesso? Essere ad un passo dalla morte, vederla, camminare sul filo, come gli acrobati (ma senza ombrello, senza equilibrio) mi ha spiazzato e sconvolto allo stesso tempo.

L’anestesia mi faceva una paura fottuta ma, di fronte al team in attesa di vedermi dormicchiare facevo pure la simpatica umorista: ‘non mi addormenterò mai’, queste le ultime parole famose, dopo ciò il nulla. Mi è sembrato di dormire per 20 minuti ma sono stata sotto i ferri per due ore. Sono uscita dalla sala operatoria con un tubo dentro lo stomaco che terminava con una sacca: ‘salvavita’ lo chiamava il chirurgo e serviva per evitare coaguli di sangue e robe brutte di questo tipo. Il tubo, nemmeno a dirlo mi fa un male cane, così come le tre ferite, tranne quella all’ombelico dove – di fatto – estraggono la cistifellea. Passo la notte insonne, il tubo mi fa troppo male. Nonostante le sofferenze di queste ultimi mesi, quando se ne aggiunge un’altra non riesco a metabolizzarla e concentrarmi su altro. Nuova ecografia con la mia dottoressa ‘favolosa’ che mi dice: ‘Alla prossima… Ma ci rivediamo per un aperitivo!’. La tizia che si è operata nella mia stessa giornata e già in piedi e mi sfotte un po’ perché io invece sono una ‘carcassa’, ma la dottoressa le racconta il mio percorso e la pregressa pancreatite: ‘Non scherziamo… Valentina viene fuori da una cosa nettamente differente’. Ecco, non scherziamo. Morale? Quando ci hanno tolto quel cavolo di tubo dallo stomaco a lei ha fatto un male cane a me no. Ancora oggi non so spiegarne il motivo. Le ferite fanno molto male, ma senza tubo è un’altra storia. Nel frattempo l’anestesia ha invaso in maniera subdola il mio corpo. Le spalle mi fanno un male insopportabile. Passerà quando l’anestesia andrà (lentamente) a farsi benedire. Sto un po’ meglio, ma dormo solo a pancia in su perché di lato mi tirano i punti e mi fa male tutto.

Mi dimettono, convalescenza forzata, dieta da neonato e altri 3 kg in meno. Dopo nove giorni ritorno per disinfettare le ferite: ‘stasera puoi togliere i cerotti e fare una doccia’… Ah, finalmente una bella notizia. Dovrò tornare però, vogliono per ‘forza’ darmi in dono i miei calcoli. Faccio per la settordicesima volta gli esami di sangue e glieli porto la settimana dopo. Ricevo in ‘premio’ i tre calcoli + la ‘fanghiglia’. Da perfezionista quale sono i calcoli si presentano perfettamente tondi, come delle biglie. Li nascondo da qualche parte mentre Ema li porta con sé dicendomi che preferisce tenerli lei visto tutto il tempo che li ho dovuti avere io dentro me. Le analisi sono perfette, i calcoli potrebbero rotolare via dentro un tombino qualsiasi ed io posso finalmente ricominciare a vivere. Sono stata due mesi in stand by, con il mondo che o capiva troppo poco o capiva male. Pian piano sto quasi dimenticando il male ed ho imparato un mucchio di cose.

So distinguere davvero chi mi ama e chi no, chi in passato mi ha fatto del male con tutta l’energia negativa del mondo e chi invece mi ha sempre offerto il suo sostegno in maniera incondizionata. Tutta la negatività che mi avete ‘regalato’ mi ha messo in ginocchio, mi ha quasi fatto perdere la vita, ma non ci siete riusciti ad ammazzarmi, nonostante, forse, chissà quante volte l’avete desiderato. Sono viva, e il vostro dispiacere rappresenta la mia più grande forza. Non so cosa avrei fatto senza certi sguardi, senza certi abbracci e mani. Vado verso i 37 e questa esperienza ha evidenziato qualche ruga in più. Ho sperato che mi portasse anche un po’ di saggezza, ma l’intento è fallito. In cambio però, ho la consapevolezza che, quando sei ad un passo dalla morte il tuo corpo reagisce al posto della tua mente e scende in guerra. Non volevo morire, non voglio morire, lui l’ha capito ed ha lottato per me e con me. Adesso sorrido di nuovo, dormo serenamente e mi sveglio appena il sole filtra dalle tapparelle. E sto incominciando a volermi bene, mentre tutto lo sporco e la ‘fanghiglia’ che avevo addosso è andata finalmente via, per sempre. Questa è solo la mia storia, quella volta che ‘mi presero per i capelli’.

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